Vicino alla morte: Apollo 13

In questo articolo, da voi votato, parlerò di un’affascinante missione del progetto Apollo, la quale si trasformò per gli astronauti da sogno a un incubo che li portò a combattere per la vita e a contrastare l’immensa forza dell’universo, luogo non adatto all’uomo. Questa missione risaltò la vera natura che caratterizza gli astronauti: quella di saper reagire in situazioni estreme guardando dritta la morte negli occhi. Riuscirà l’equipaggio a salvarsi? Leggete e scoprite tutti i retroscena della missione che la ha resa una della più emozionanti di sempre, tanto da creare un film. (ve lo consiglio, Titolo: Apollo 13, con Tom Hanks)

apollo-13-patch Stemma della missione

Apollo 13 fu una missione statunitense della Nasa. Tredicesima missione del progetto Apollo aveva come obiettivo quello di portare  tre astronauti verso la Luna dove poi due membri dell’equipaggio sarebbero scesi sulla superficie lunare nella zona di Fra Mauro. I tre astronauti assegnati a questa missione furono inizialmente: James Lovell (comandante e astronauta di esperienza rilevante), Fred Haise (Pilota modulo Lunare) e Ken Mattingly (Pilota modulo di comando).

The_Original_Apollo_13_Prime_Crew_-_GPN-2000-001166 Lovell, Mattingly e Haise

La data di partenza venne fissata per l’11 aprile del 1970 da Cape Canaveral e, come nelle precedenti missioni, il razzo che avrebbe proiettato gli astronauti nello spazio fu il Saturn v.

Subito qualche giorno prima della partenza, il 6 Aprile, si verificò una situazione insolita. Infatti si scoprì che il pilota di riserva del modulo lunare, Charles Duke, era affetto dal morbillo e l’astronauta Mattingly era l’unico a non risultare immune a questa malattia: questo lasciava la possibilità all’astronauta di contrarla durante la missione. In realtà, egli non fu mai infettato dalla malattia. Il 9 aprile, due giorni prima della missione, venne reso pubblico che “jack” Swigert avrebbe sostituito Ken. Questo fu un colpo durissimo per la psicologia degli astronauti che dopo mesi di preparazione avevano acquisito una fondamentale intesa per una missione spaziale che nonostante l’eccellente preparazione di Swigert e il duro lavoro compiuto dal neo-equipaggio nei due giorni rimanenti non si sarebbe ricreata.

La psicologia di un astronauta prima di una missione spaziale è fragilissima. Questo si concentra su tutte le procedure, andare nell’universo è una sfida che richiede la massima performance della mente e del fisico, ecco perché ci sono mesi di addestramento e non tutti possono raggiungerlo. L’astronauta è un uomo profondo, sa che sta per andare in un ambiente ostico ma nel fare questo si sente a suo agio perché quell’ambiente è la sua casa e le sfide sono il suo pane. Il vuoto dell’universo è il pieno del suo cuore.

La missione partì come stabilito alle 19,13 dell’11 Aprile del 1970 da Cape Canaveral. Il lancio avvenne con successo anche se ci fu una piccola anomalia con i motori j2 poiché quello centrale (sono 5) ebbe dei problemi, ma il computer lo spense in anticipo e l’equipaggio riuscì con una piccola manovra a non far pesare questa problematica. Dopo 1,5 orbite intorno alla Terra venne riacceso il propulsore del terzo stadio del razzo vettore per portare Apollo 13 in direzione verso la Luna.

Launch_of_Apollo_15 Il lancio dell’apollo 13

apollo 13 drawing Struttura Apollo 13

Il momento del lancio è una fase fondamentale di una missione spaziale. In questa parte l’equipaggio è completamente privo di comandi e si affida al razzo che lo porta nello spazio. Il propulsore è letteralmente una bomba e questo rende il lancio uno dei momenti più critici di una missione. Tutto deve essere perfetto e l’uomo si deve fidare di una bomba.

La missione continuò con successo fino a 55 ore dopo il lancio quando l’equipaggio si trovava circa a  321.860 chilometri dalla Terra il controllo missione chiese a Swigert di rimescolare i serbatoi dell’ossigeno per evitarne la stratificazione. Swigert eseguì e l’equipaggio sentì un grande botto. A questo punto egli comunicò la famosa frase: “Ok Houston, we have a problem” ovvero “Houston abbiamo un problema”.  Inizialmente gli astronauti ipotizzarono un impatto con un meteorite ma poi, in seguito alla missione,  le analisi fecero capire che in realtà quando Swigert rimescolò il serbatoio, i cavi che collegavano il motore al miscelatore interferirono creando una scintilla e una pressione talmente alta che si creò un’esplosione tale da danneggiare il modulo di servizio e il serbatoio dell’ossigeno. Ma gli astronauti rimasero ignari di questo durante la missione.

A questo punto gli astronauti e il controllo missione cercarono di capire quale era il problema. Gli astronauti erano sotto pressione, erano confusi dal moto violento della navicella e non riuscirono a capire cosa stesse accadendo fino a quando Lovell vide dalla finestra l’ossigeno della navicella disperdersi nello spazio. Le conferme arrivarono quando anche il controllo missione grazie ai dati capì che due serbatoi stavano perdendo  ossigeno.

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Dal silenzio del vuoto a un botto incredibile che costringe la navicella a un moto violento. L’astronauta, scosso dal botto, realizza che qualcosa sta andando storto. Oltre a fronteggiare la paura di una potenziale e imminente catastrofe questo deve concentrarsi per capire cosa stia succedendo. Quanti ne sarebbero capaci?

Per un astronauta, vedere l’ossigeno, quindi i suoi respiri, uscire dalla navicella è come ricevere una pugnalata che lo uccide lentamente. L’ ossigeno è la vita e vederlo fuoriuscire corrisponde a vedere la propria vita spegnersi piano piano. Ma per fortuna non tutto l’ossigeno si disperse.

Durante questo cruciale momento, in seguito alla perdita dei due serbatoi, il centro missione decise di annullare l’atterraggio e la missione sulla luna poiché l’ossigeno rimasto non era abbastanza per portare a termine la missione. Quindi si decise di far girare la navicella intorno alla Luna in modo tale da ricevere la spinta dalla gravità lunare e avvicinarsi alla terra più velocemente. Utilizzarono il modulo lunare come scialuppa di salvataggio: i tre astronauti stavano combattendo per la vita. In questo momento tutti gli ingegneri più bravi del mondo lavorarono per salvare la vita a questi tre astronauti.

Haise: Abbiamo perso la Luna. Lovell: Non ci deve interessare, lavoriamo e torniamo a casa per riabbracciare le nostre persone: chi sta con me?

Tutti gli astronauti sognano la Luna. Tutti, sognano di camminare su quelle distese grigie. Ma la vita è più cara della Luna  e a quel punto la felicità è il vivere apprezzando le felicità.

Dopo aver stabilizzato la navicella, gli astronauti girarono intorno alla Luna e stabilirono il record di lontananza di un uomo dalla terra con una lontananza di 400.171 km. Gli ingegneri dovevano lavorare a Terra con l’aiuto degli astronauti i quali erano comprensibilmente nervosi poiché si trovavano vicini alla morte e, dopo molteplici discussioni, decisero di aggiustare la traiettoria due volte utilizzando il motore del Lem che era necessario per tutt’altra ragione e si era testato solo su una accensione. Non si utilizzò il motore principale del MS poiché non si conosceva l’entità del danno. Non solo gli ingegneri lavoravano senza pause ma anche l’astronauta Ken Mattingly si impegnò estremamente e lavorò nel simulatore per risolvere i problemi.

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Lontani 400.000 km dalla Terra, potevano diventare un satellite perenne della Luna se venivano traditi dalla navicella. Tutti gli ingegneri lavoravano per loro e tutti erano nervosi. Ora ci si trovava davanti a un bivio: o diventare perenni satelliti della Luna come dicevo, oppure accendere il motore e sperare di riuscire a puntare la Terra con il rischio di intraprendere una traiettoria sbagliata e perdersi nello spazio. Ecco la sfida dell’astronauta, ecco la sua peculiarità: non arrendersi mai, neanche quando la morte ti tocca.

Una volta puntata la navicella verso casa si verificarono due grossi problemi! Infatti il loro rifugio  (modulo lunare) era stato creato per due astronauti non per tre.  Per questo motivo il livello di CO2 si innalzò gravemente e continuando così gli astronauti sarebbero morti. Ma ancora una volta grazie all’intervento provvidenziale degli ingegneri, l’equipaggio riuscì a costruire un filtro con i materiali che avevano nella navicella: riuscirono a risolvere questo problema e il livello di CO2 piano piano diminuì!

In secondo luogo gli astronauti furono costretti a spegnere tutte le funzioni non vitali del modulo per risparmiare energia, erano quindi costretti a sopravvivere a una temperatura molto fredda e in condizioni estreme!

Un respiro vitale emanava la morte conosciuta come CO2, questa si innalzava sempre di più. Ogni respiro emanava anche la paura. Fortunatamente la soluzione arrivò, ma le condizioni estreme rimasero.

Mancava la parte cruciale: il rientro! I tre eroi combattenti non si erano arresi e grazie a un miracolo riuscirono a entrare nell’orbita terrestre. Tutte le forze furono concentrate sulla fase più rischiosa. Gli astronauti si rinchiusero nel modulo di comando come ordinato dalla procedura. Ogni battito corrispondeva alla voglia dell’anima di distruggere la morte. Si era arrivati a un bivio: o si arrivava nel Pacifico e si tornava a casa, aprendo gli occhi dall’incubo; oppure si veniva avvolti dalla morte e si raggiungeva il Paradiso eroicamente. Gli astronauti erano coscienti di questo e quindi si godevano quei momenti al massimo. Il modulo di comando si staccò prima dal Lem e poi dal Modulo di servizio, o per meglio dire, quel modulo che li aveva traditi lasciandoli in balia dell’oscurità e facendo sentire a loro il sapore di una morte da eroi. Quanto gli astronauti videro la parte esplosa del modulo (foto) rimasero sorpresi e capirono che arrivarono a sperare nel rientro solo perché la mano di Dio li toccò. Forse è proprio in quei momenti che capisci che c’è qualcosa più grande che possiede la tua vita.

apollo-13-command-module-damage La foto scattata dagli astronauti dove si nota  il particolare dell’esplosione.

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Il rientro iniziò. La capsula si infuocò. Gli astronauti pregarono. Lo scudo termico stringeva i denti per non tradire l’equipaggio. Il controllo missione sperava. Il mondo era unito.

Quei secondi lunghissimi non cessavano. Il controllo missione non poteva sapere come andava il rientro poiché in questa fase non vi era il contatto radio con l’equipaggio. Solo le immagini sui teleschermi potevano regalare la felicità di aver vinto la morte.

I secondi passavano, erano lunghi, tic tac, la lancetta scorreva tra le preghiere di tutti. La capsula era sempre avvolta dal fuoco. Tic Tac, tic tac, niente ancora. Tutti speravano. Molti piangevano. Nessuno pensava ad altro. Quando la speranza sembrava oramai essere svanita, ecco che il modulo dell’Apollo 13 apparì grande sui teleschermi e toccò la “dolce” acqua del Pacifico. Quelle immagini sollevarono un grido di gioia, trasformarono le lacrime in gioia: i tre astronauti avevano battuto la morte, erano a casa!

Lovell, Haise e Swigert, tre astronauti, assaggiarono la morte e diventarono eroi. Trasformarono una missione destinata al fallimento, in speranza e in un secondo momento in sogno.

Essere astronauti significa  appendere la  vita a un filo superando i limiti dell’uomo e se non li considerate eroi, cari lettori, questi non esistono, neanche nei cartoni animati.

L’equipaggio stava lottando per la vita. E’ il duro di essere astronauta. Lavori in un ambiente non adatto all’uomo e raggiungi la felicità ma sei vicino alla morte. Lovell e gli altri due ragazzi erano astronauti che sognavano la Luna. La sognavano come molti ma il destino li ha portati li, a combattere per la vita. La morte li stava lentamente abbracciando, il nero infinito era sempre più nero. Devono essere state emozioni incredibili quelle dell’equipaggio che in quel momento ha capito il vero senso della vita, la felicità ora non era più toccare la Luna, ma abbracciare nuovamente le mogli e vedere i sorrisi dei figli disperati e speranzosi. I tre eroi del 13 potevano solo vedere la Terra e immaginarsi quei momenti. La Terra, quel pianeta azzurro che rappresentava un punto, la luce nel nero, nella morte, diventava sempre più grande e l’azzurro distruggeva il nero. Questo perché  loro sono astronauti e in quanto tali non si arrendono. Neanche se esplode la navicella. Il freddo dello spazio, il nero oscuro entrava piano in quella navicella distrutta, ma quei grandi uomini non si sono arresi e hanno combattuto perché sono astronauti. Sono eroi. Grandi ragazzi, sconfiggete la morte e tornate dalle famiglie, tornate dalla felicità.

 

Vorrei dedicare questo articolo alla mia ragazza, Giulia. E’ una persona molto speciale la quale mi ha aiutato a sviluppare questo approfondimento .Grazie mille! Sei importante!

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4 Comments

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  1. Veramente notevole . Questo articolo e ‘ molto dettagliato e chiaro e porta alla conoscenza di fatti veramente interessanti . Grazie Paolo complimenti continua così

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  2. Ciao Paolo, questa storia è molto avvincente e non la conoscevo, sei bravo a scrivere
    🙂

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